Miss Kaleid, nostra inviata alla prima italiana di M, tenutasi il 23 ottobre al cinema Arcobeleno di Milano, ha scritto per i fans la sua recensione.
Le luci si spengono, e dal buio della sala milanese dell'Arcobaleno emergono bagliori spettrali di riprese in bianco e nero, liquide e abbaglianti. Non avrebbe potuto essere che così, trattandosi di Depeche Mode. Ci viene mostrata la veduta aerea di uno stadio gigantesco. C'è il fragile ologramma di Dave Gahan che canta, inghiottito nell'oscurità di una misteriosa cupola di vetro sospesa nel tempo e nello spazio. Sono immagini che sembrano provenire da un'altra dimensione: è così che inizia "M", il docufilm sul Memento Mori Tour diretto dal regista messicano Ferdinando Frías de la Parra.
Ciò che i nostri occhi vedranno nell'ora e mezza successiva, difficilmente potrebbe essere descritto come il tradizionale film di un concerto. E non solo perché le date filmate presso il Foro Sol di Città del Messico sono state in realtà ben tre: il 21, 23 e 25 settembre 2023. "M" vuole filtrare la musica della band di Basildon, e in particolare l'album "Memento Mori", attraverso la lente della cultura messicana, dimostrando come un lavoro così attuale e sincero, nato dal buco nero del distanziamento sociale pandemico, e dalla disperazione per l'improvvisa scomparsa di Andy Fletcher, sia fortemente intriso degli stessi valori che sono imprescindibili per qualsiasi messicano. Nel Paese che detiene il copyright della morte, come ci viene spiegato tracciandone i contorni dagli Aztechi fino ai nostri giorni, il sibillino "ricordati che devi morire" voluto da Martin Gore trova la sua dimora naturale presso un popolo che celebra l'indissolubile intreccio tra lutto e vita.
Il film è visceralmente messicano. In lingua originale spagnola, sottotitolato in italiano per il nostro mercato, "M" si dipana seguendo due fili narrativi che si alternano e si intrecciano fino alla fine. Uno, quello più originale, raccontato da una voce narrante e da alcuni personaggi brevemente intervistati, vuole scalfire l'attuale visione semplicistica del Giorno dei Morti come di una gioiosa celebrazione commerciale all'insegna dei tipici sugar skulls. Brani di letteratura, riflessioni e testimonianze ci raccontano un altro Messico, profondo, poetico, tragico, mentre sullo schermo scorrono immagini evocative.
Questi distillati di cultura messicana servono anche da gancio per il secondo percorso narrativo, che ci mostra l'esibizione dei Depeche Mode davanti a un pubblico tanto adorante quanto oceanico. Dave e Martin sono ripresi con grande cura e dovizia di particolari: sono in grande spolvero, e sembra proprio che si stiano sinceramente divertendo. Spesso un'unica inquadratura condensa in sovraimpressione più riprese diverse, per avere davanti agli occhi canto e controcanto, dando più importanza agli sguardi, alle mani, alla gestualità, che alle proiezioni di Anton Corbijn, elemento non fondamentale lasciato spesso in secondo piano. I colori sono saturi, il montaggio segue il dinamismo delle percussioni e il coro dei fan è assordante e accompagna brani nuovi ("My cosmos is mine", "Wagging tongue", "Speak to me") e grandi classici ("It's no good", "Sister of night", "Wrong", "Enjoy the silence"). Commosso e composto è il tributo a Fletch su "World in my eyes".
Il concetto "memento mori" assume anche i connotati di un inedito approccio estetico, basato sulla continua alternanza di analogico e digitale. "È interessante pensare", ci viene raccontato, "come, in un universo estetico dove abbiamo accesso alla tecnologia migliore mai esistita nella storia dell'umanità, in realtà sembri più autentica una cosa che utilizza una tecnologia superata". L'affermazione è illuminante. Ecco allora che Frías rispolvera una serie di vecchi apparecchi analogici, tecnologie in evidente stato di obsolescenza, per farci assaggiare qualcosa di ancora vivo, caldo e vibrante, anche se ormai crepuscolare e imperfetto. Per ricordarci quanta acqua è passata sotto i ponti da quel lontano, indimenticabile primo album del 1981.
In questa ottica si inserisce la grande quantità di effetti speciali, interferenze, disturbi e passaggi dal bianco e nero al colore, nonché la magia creata dall’artista Joshua Ellingson, che produce illusioni spettrali utilizzando una tecnica ottocentesca chiamata "fantasma di Pepper". Mictlantecuhtli, il guardiano azteco degli inferi, passa idealmente il testimone a Martin: la sua immagine, intrappolata in un televisore a tubo catodico, viene trasferita come per un incantesimo nel mondo reale. Il suo fantasma, protetto dentro a un globo trasparente, intona "Soul with me".
Appropriata conclusione del film è "Ghosts again", tenuta in serbo per i titoli di coda, in uno split screen che include anche bellissimi scatti fotografici. Il rito di vita e di morte a cui abbiamo assistito, sanguigno ma allo stesso tempo raffinato, non è però del tutto concluso: l'inedita "In the end" ci regala nuove note e ci accompagna all'uscita, verso la luce.
Miss Kaleid